Ahi, che dolor! suggerimenti per superare le difficoltà

-“Questo tuo dolorismo è inaccettabile, Lidia.

-Dolorismo?

-Sì. Questa tua mania di cercare continuamente una motivazione ai comportamenti tuoi o degli altri: e di trovarne, guarda caso, sempre una che abbia a che fare con il dolore. [...]

-Non sono una fan del dolore, Pietro. Sono però convinta che i nostri unici maestri siano proprio il dolore e la felicità: questo sì. Se non accettiamo di stare male, quando ci tocca, non potremo mai sperare di stare davvero bene.”

“Adesso”, Chiara Gamberale 

Parlare di dolore non è mai facile, né piacevole, tuttavia è benefico, perché esprimerlo aiuta a ridimensionarlo, a cambiare prospettiva e a capire che conoscerlo ci può essere utile per affrontare con più coscienza le esperienze successive. 

Il primo consiglio è quello di non fare del dolore una cosa privata: è preferibile ottenere supporto da persone che, magari, hanno affrontato lo stesso tipo di trauma prima di noi e da cui possiamo sentirci compresi, non giudicati e sostenuti, oppure rivolgersi a uno psicologo.

Dopotutto, la sofferenza fa parte della condizione umana, e ciascuno prima o poi è costretto ad averci a che fare: quello che ci capita non dipende sempre da noi, né possiamo controllare le circostanze, perciò non è possibile affrontare la vita aspettandosi che tutto rientri nei nostri piani. 

È inevitabile restare sorpresi, talvolta non sempre in positivo.

Ma non è, forse, proprio questo il bello? 

E, soprattutto… Perché non potrebbero essere proprio le difficoltà a farci scoprire una forza inaspettata? Molto spesso, infatti, elaborarle e vederle sotto una luce costruttiva è proprio ciò che permette di apprendere e crescere.

Meglio ancora è scrivere: dare un filo logico ai pensieri, per ridefinire e ridimensionare quello che è accaduto, consente di passare “attraverso” il dolore,  vivendolo fino in fondo per poterlo poi, finalmente, accettare.

Affrontandolo, abbiamo anche modo di renderci conto che c’è sempre un motivo per cui essere grati, sia per quello che possiamo imparare, sia perché prendiamo atto che le cose sarebbero potute andare anche peggio: praticare la gratitudine è un ottimo esercizio per renderci consapevoli di quanto siamo fortunati.

Al contrario, è bene evitare di applicare al dolore le “3P” di Seligman: personalizzazione, cioè pensare di essere “colpevoli” del trauma vissuto; pervasività, ovvero credere che quel dolore avrà un’influenza su tutti i campi della vita; permanenza, cioè credere che quella sofferenza durerà per sempre, senza affievolirsi, o che ci condizionerà troppo a lungo.

Il dolore non dura per sempre. Molte volte è una scelta, perché perseveriamo nel sentirci legati ad esso, convincendoci che rammaricarsi sia l’unica possibilità di affrontarlo. 

Così facendo, ne restiamo semplicemente invischiati.

Il suggerimento, quindi, è di accoglierlo per ciò che è, in modo da comprenderlo e poi lasciarlo andare, scegliendo in cambio la direzione della felicità passo dopo passo.

 cura di:

Dott. Damiano Pellizzari

Psicologo Psicoterapeuta

Tel. 347.6474401

www.damianopellizzari.it


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